PARTITO DEI VALORI CRISTIANI
Liberal Democratico
Legalità, Onestà, Rispetto, Lealtà, Moralità
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Principi

LA CENTRALITA’ DELLA PERSONA:

E’ questo il valore dei valori, la stella polare della nostra visione del mondo. Ed è, perciò, la più profonda ragione di contrasto con tutte le altre ideologie che nella storia hanno, di volta in volta, voluto proporre all’umanità diverse “centralità”. Quella della Classe voluta dal marxismo-leninismo; quella della Razza predicata dal nazismo; quella dello Stato Leviatano, dominatore assoluto e quella della Natura, più di recente diffusa dall’ecologismo fondamentalista. 

Alcune di queste filosofie sono state all’origine di inauditi crimini contro l’umanità. Ma anche laddove non oltrepassa il confine del crimine, ogni negazione di libertà e di dignità della persona rappresenta in ogni caso un’inaccettabile violazione dell’ordine naturale della vita. L’indisponibilità dell’esistenza umana a qualsivoglia potere statale, politico, militare, giudiziario, religioso, scientifico è per noi legge fondamentale della vita pubblica. 

Su questa legge si è fondata, d'altra parte, la stessa identità dell'Europa e dell'Occidente. Si tratta di una lunga strada di pensieri e di valori che, già presenti in Socrate, ha preso poi le mosse dell'insegnamento di Cristo per arrivare alla rivoluzione umanista di San Tommaso, al Rinascimento, ai secoli delle grandi scoperte scientifiche e geografiche e delle rivoluzioni industriali, e approdare, infine, a quella filosofia pubblica moderna di matrice liberale e quella della quale Locke, Tocqueville e Montesquieu sono stati principali interpreti. Si tratta di un interrotto filo storico-culturale che riconosce l'uomo, attraverso la ricerca e l'immagine e la somiglianza di Dio ed è dunque ispirato da un soffio creatore. Non c'è alcun contrasto tra fede e ragione, tra morale e scienza lungo questa strada: l'unico limite che si pone l'uomo è proprio quello di riconoscere il proprio limite, di non potersi sostituire Dio. Esattamente il crimine che i totalitarismi del XX secolo hanno commesso di fronte all'umanità, sconvolgendo storia e identità delle nazioni e dei popoli europei, e rispetto al quale l'Europa del XXI secolo deve decisamente cambiare rotta tornando sulla strada maestra dell'identità occidentale unità politica, culturale, spirituale del continente.

Credere nella centralità della persona significa porre la libertà dell'essere umano e la sua dignità come ragioni fondanti di ogni politica. Ciascun individuo deve avere l'opportunità di realizzare se stesso, di aspirare al benessere e alla felicità, di costruire con le proprie mani il proprio futuro, di educare liberamente i propri figli. Nella nostra visione del mondo la libertà è tale se opera in ogni dimensione della vita umana, in tutte le sue forme molteplici e vitali: libertà di pensiero, di opinione, di religione, di associazione, di impresa. La libertà della persona, del singolo individuo non è “concessa” dallo Stato, essa viene prima dello Stato. E’ un diritto naturale, che ci appartiene in quanto esseri umani. Semmai essa è la base sulla quale si costruisce lo Stato. 

Facciamo notare le parole di Alcide De Gasperi: “Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato”. La nostra idea di libertà, in sostanza, si fonda sui diritti della persona e dell’individuo cui la tradizione giudaico cristiana ha dato un fondamento spirituale e la democrazia liberale un orizzonte politico. 

IL POPOLO E LO STATO, L’INDIVIDUO E LA FAMIGLIA:

E’ per noi prioritario, nel definire il rapporto tra Popolo e lo Stato, il permanente richiamo al patriottismo civile. Quell'amore per la terra e la nazione, invocato da Dante ed esaltato da Manzoni che ha scritto le pagine più belle del nostro Risorgimento ma che, per troppo tempo, è stato rifiutato in Italia in nome di un astratto internazionalismo ideologico ma che è finalmente tornato. Assieme al tricolore, ad essere rivendicato come patrimonio unitario di tutti gli italiani. Del resto, nella storia italiana, l'amore per la patria non è mai stato in contraddizione con l'attaccamento alle piccole patrie che, dal tempo dei comuni e del Risorgimento, ne hanno anzi costituito l'intima essenza, perfino giuridica. Una Patria, mille Comuni: è da sempre questo l’Italia.
 
Da questi principi tre alimento la nostra concezione dello Stato, il soggetto che ha il diritto-dovere di tutelare il bene comune impedendo che interessi particolari legano quelli generali. Centrale da questo punto di vista è la qualità del rapporto tra Cittadino ed Amministrazione: perciò noi lavoriamo per il superamento di quel “bizantinismo burocratico” che, nell'era storica degli Stati nazionali ed in particolare nella tradizione italiana, ha compreso la vita produttiva e l’iniziativa sociale, e la stessa efficacia dell'azione di governo, vincolandole a procedure soffocanti. Al fine di realizzare un rapporto più stretto tra il cittadino e la Repubblica ci riproponiamo di rendere sempre più efficace il nuovo sistema di articolazione democratica delle competenze tra lo Stato e le Regioni, nella direzione di un moderno federalismo istituzionale e fiscale. Il federalismo è infatti la forma di Stato più adeguata al nostro tempo storico e a maggior partecipazione democratica. Esso, peraltro, si attaglia in maniera particolare al nostro Paese: noi pensiamo a un federalismo a base regionale, solidale e competitivo insieme capace di attuare in leggi i principi della sussidiarietà, orizzontale e verticale. Il nuovo partito intende corrispondere, anche nel suo modello organizzativo, a questa moderna visione dell'assetto dello Stato.
 
La dialettica democratica è oggi chiamata ad un continuo interscambio di informazioni e di decisioni tra strutture istituzionali e politiche snelle ed efficienti e una società civile forte, organizzata in comunità e associazioni che acquistino sempre maggiori responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Finora il nostro sistema si è caratterizzato solo lungo l'asse di mediazione partiti-Stato-sindacati. Il tempo che avanza chiede invece nuove configurazioni di legittimità anche lungo il percorso individui-partiti-governo. E’ necessario cioè che il potere pubblico si apra a modelli nuovi e più ampi di dialogo sociale, alle più ampie rappresentanze dei corpi intermedi, delle autonomie, del volontariato e dei no-profit presenti nella società, secondo il principio della partecipazione di tutti soggetti sociali, portatori di valori ed interessi, alla costruzione del bene comune. La complessità e la velocità delle moderne reti di comunicazione economiche, finanziarie, scientifiche rendono del resto del tutto anacronistici i vecchi sistemi di mediazione e di decisione extracostituzionali.
 
Per il nuovo partito il concetto di potere si identifica con due parole chiave: consenso e responsabilità. La prima per evocare la necessità di un costante riferimento al vero sovrano della cosa pubblica che è il popolo. Non ci appartiene la concezione populista di “far leva” su una presunta incontaminata purezza del popolo per combattere avversari politici: ci appartiene piuttosto l'impegno ad usare nei confronti del popolo un permanente linguaggio di verità, considerandolo l'adulto proprietario della cosa pubblica, piuttosto che un'indistinta massa da manovrare pubblicamente. La fiducia nel popolo e nelle sue qualità è la principale ispirazione della nostra relazione con gli italiani che, pur non negando il ruolo storico delle classi dirigenti, ci distingue da ogni concezione elitaria del potere.
 
L'etica della responsabilità è la seconda parola chiave della nostra concezione del potere. Essa è una bussola indispensabile sia per onorare la delega ricevuta dai cittadini, sia per rendere trasparenti le alternative programmatiche poste di fronte al Paese da ciascun soggetto politico, impedendo che un sistema opaco e consociativo confonda meriti e demeriti in un’indistinta recita oligarchica. Solo il consenso e la responsabilità, del resto, rendono possibile il controllo di ogni potere.
Tale filosofia deve ispirare, a nostro avviso, anche la condotta di ogni potere dello Stato. L’equilibrio tra il potere esecutivo, quello legislativo e l'ordine giudiziario, che è il segreto di ogni sana democrazia, si può garantire solo attraverso il permanente rispetto delle reciproche autonomie ed il rigetto di un'impropria invasione di campo. Nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica in Italia si sono verificati evidenti fenomeni di usurpazione delle prerogative del potere legislativo da parte dell'ordine giudiziario che hanno prodotto gravi squilibri nell’armonia democratica. Il nuovo partito considera proprio dovere storico ed istituzionale ricondurre la democrazia italiana nell'alveo di un normale equilibrio sistemico. D'altra parte è del tutto evidente che in una democrazia liberale, accanto alla distinzione dei poteri, deve vigere un trasparente sistema di controllo e di verifica di ogni singolo potere: nessuno, infatti, può trovarsi in una condizione di “irresponsabilità”. Le istituzioni democratiche nascono, appunto, per difendere il singolo cittadino e la comunità da eventuali abusi di qualsiasi potere: politico, militare, economico, giudiziario, scientifico. Nessuno di questi poteri può dunque pretendere di essere “fuori controllo” o di obbedire ad un semplice quanto insufficiente “autocontrollo”. L’equilibrio tra i poteri e la costruzione di un efficace sistema di bilanciamento dei poteri sono le fonti ispiratrici di un autentico Stato di diritto.
 
Ciò che, infine, costituisce patrimonio essenziale dei nostri valori e che sia, del resto, impresso nella lettera della nostra Costituzione è di riconoscere nella famiglia la cellula centrale della vita della società. I mutamenti del costume e dei rapporti tra i sessi, da regolare secondo leggi di giustizia e dignità, non possono alterare ciò che il cuore della dinamica esistenziale dell'umanità che si raccoglie in famiglie destinate a garantire l'evoluzione della specie. Se la persona e individuo, con i loro diritti, sono l'elemento centrale della società, la famiglia, sede primaria della formazione dell’essere umano, è il loro tramite con le istituzioni e completa il consenso socio-economico ne quale si sviluppa la vita dell’essere umano.
 
Il rapporto famiglia-welfare rappresenta uno dei principali elementi della necessaria revisione dello Stato sociale. Uno dei maggiori problemi che le nazioni occidentali devono oggi affrontare è rappresentato dal progressivo invecchiamento della società. Esso deve essere affrontato attraverso nuovi sostegni alla famiglia alla quale vanno restituite alcune attribuzioni che storicamente lo sono proprie come l'assolvimento di funzioni di tutela dei suoi componenti in stato di debolezza o di bisogno; funzioni che lo Stato ha dimostrato di non riuscire ad esercitare per l'insostenibilità dei costi. Più in generale è l'intera costruzione sociale a dover essere disegnata in funzione della famiglia, incoraggiando la fiducia nel futuro e, con essa, la predisposizione alla procreazione.
Il nuovo partito riconosce e valorizza l'essenziale ruolo delle donne nella comunità nazionale. Siamo consapevoli della responsabilità e degli oneri che la società moderna assegna alle donne, sia sul fronte del lavoro che su quello della cura della famiglia e riteniamo che le politiche sociali devono sostenere e rendere più agevole la conciliazione di questi diversi ma ugualmente rilevanti ruoli. In sintonia con l'articolo 51 della Costituzione consideriamo essenziale l'apporto delle donne alla crescita della vita istituzionale e politica. Ci battiamo perciò per una sempre più ampia partecipazione delle donne a tutte le assemblee elettive e ai pubblici uffici e ci impegniamo a promuovere la loro piena presenza in tutte le attività e in tutte le cariche del nuovo partito.
IDENTITA’ DI UNA NAZIONE DAI VALORI CONDIVISI:

La nazione è la comunità nella quale si riassumono tutti gli interessi e le finalità del popolo e costituisce l’espressione della continuità tra le generazioni. La tradizione storica, la lingua, le diverse storie regionali e locali sono gli elementi fondanti dell’identità della nazione.
 Il nuovo partito si batte affinché l’Italia, costruendo un bipolarismo maturo, diventi anche una nazione nella quale tutte le parti politiche si riconoscano in alcuni grandi valori condivisi, superando definitivamente quella strisciate guerra ideologica civile che ancora getta i suoi velenosi semi nel nostro discorso pubblico. Per raggiungere questo importante orizzonte nella nostra storia occorre superare il paradosso seguito dagli accordi di Yalta che aveva “abilitato” la cultura comunista come cultura di libertà. La nostra etica pubblica deve finalmente riuscire a disporci lungo la comune frontiera dell’antitotalitarismo: antifascista e anticomunista. Noi ci sentiamo a tutti gli effetti una forza antifascista, anticomunista, antifondamentalista. Identità queste che, declinate insieme, segnano una svolta nella storia d’Italia. Per troppo tempo, infatti, da noi la parola anticomunismo ha fatto fatica a penetrare nel vocabolario condiviso nella nazione e ancora oggi essa non viene da tutti accettata con orizzonte comune della nostra democrazia. Il fatto è che l'ideologia dell'antifascismo è stata per molti anni un efficace strumento di divisione. La sinistra non ha mai seriamente compreso gli insegnamenti di Augusto Del Noce e di Renzo De Felice: al contrario li ha osteggiati a vilipesi. Ma non ha neanche realmente fatto tesoro dell'ammonimento di uno dei suoi principali intellettuali secondo il quale “se è vero che ogni democratico è antifascista, non è altrettanto vero che ogni antifascista sia un democratico”. E' invece ormai arrivato il tempo nel quale tutti gli italiani possono riconoscere con serenità “tutte le storie” culturali senza più utilizzarle come impropria arma di lotta politica. Siamo dunque un partito antitotalitario e antifondamentalista e lavoriamo affinché tutta l'Italia si riconosca in questi stessi valori.
 
Ma un'identità politica e culturale non può fondarsi soltanto sulla negazione di altre identità, sia pure negative. La nostra cornice etica, disegnata intorno al contestuale amore per la patria e per la libertà, non si definisce dunque soltanto come “anti”. Si fonda piuttosto su una verità positiva: la verità dell'umanesimo cristiano laico, entrambi ispirati alla centralità della persona. Ed è su questa rinnovata alleanza che dovrebbe fondarsi anche la cultura della libertà nell'Europa del XXI secolo.

La centralità della persona orienta anche la nostra visione della politica economica e sociale. Libertà per l’individuo di far valere il proprio talento. Libertà di intraprendere sul mercato senza vincoli burocratici. Libertà di poter godere delle più ampie opportunità di vita. In questo quadro la libertà di chi sta meglio (di poter produrre ricchezza) e la libertà di chi è rimasto indietro (di poter comunque aspirare a importanti traguardi sociali) stanno per noi sullo stesso piano: quello di una società che ha per finalità la promozione umana. Per noi, come per Kant, l’uomo è sempre e solo un fine, mai un mezzo. Puntiamo perciò a una società che lavori ad estendere, a tutti i livelli, la libera scelta dell’individuo, allontanando il maggior numero di cittadini dalla soglia della necessità. La nostra convinzione di fondo è la medesima che muoveva Ludwing Erhard, padre dell’economia sociale di mercato: “E’ incomparabilmente più utile conseguire l’incremento del benessere mediante l’espansione economica anziché volerlo ricavare da una sterile lotta per una diversa distribuzione del reddito nazionale. E’ molto più facile accordare a ciascuno una fetta più grossa di una torta che diventa sempre più grande che non voler trarre profitto da una lite per la divisione di una piccola torta perché, in questo caso, il vantaggio di uno deve esser sempre pagato dello svantaggio di un altro”.
 
Da quando sono state pronunciate queste parole il mondo è cambiato, gli effetti della globalizzazione con la pesante concorrenza dei mercati industriali emergenti pongono a tutta l'Europa inediti problemi richiedendo nuove e più aggiornate iniziative di politica economica; ma la filosofia dell'economia sociale di mercato resta la bandiera di società finalizzate alla promozione umana.
 
Da questa filosofia dicendo il carattere interclassista della nostra politica. Imprenditore lavoratori, certamente che c'è di soggetti, che diverse ideologie hanno visto in antagonismo, partecipano viceversa in un unico universo che vede nella famiglia la prima decisiva cellula della comunità, da difendere e da sviluppare come primo motore della convivenza umana e dello sviluppo. Il nuovo partito considera la famiglia il cuore della propria politica economica. Sia nei momenti di recessione che nelle fasi di crescita, infatti, la famiglia è centrale: nel primo caso per tutelarne il potere d'acquisto, nel secondo per far leva sul capitale umano di cui essa e depositaria per incentivare la produzione di ricchezza. Il nuovo partito vede nell'interclassismo lo strumento per definire se stesso come “partito della famiglia” e “partito del grande ceto medio italiano”. La bussola della nostra azione e la sussidiarietà. Lo Stato è fatto di individui, gruppi, comunità, corpi intermedi, amministrazioni locali e centrali tutte a pieno titolo chiamate, a diversi livelli, a governare la cosa pubblica. E’ necessario che la legislazione e l'amministrazione favoriscano e promuovano più incisivamente quest'orientamento, al fine di combattere efficacemente i residui di cultura statalista che ancora permettano la mentalità politica e pensare comune.
 
Noi non consideriamo il concetto di Mercato e quello della Solidarietà come antagonisti. Non si dà mercato in espansione dove non agiscono strumenti di solidarismo. Non si dà solidarietà, viceversa, dove venga irrigidita o limitata la libertà la libertà di mercato. Per questo respingiamo la festa contrapposizione tra politica liberale e politica sociale. Ogni politica autenticamente fondata sulla promozione dell'uomo non può che essere una politica “sociale”. Per troppo tempo in Italia si è confusa la politica sociale con la gestione clientelare della spesa pubblica. Questo ha finito per allontanare il Nord dal Sud allargando, invece che ridurla, la forbice tra le diverse aree del Paese. Noi, viceversa, intendiamo risvegliare le energie e le virtù migliori della nazione, al Sud come al Nord, a costruire un Paese in cui il valore ed il merito siano premiati e nel quale anche i più sfortunati possano avere le giuste change per emergere. Perciò sosteniamo la creatività contro la burocrazia, la meritocrazia contro la mediocrità, il coraggio contro il conformismo ed intendiamo diffondere nel mondo una nuova fiducia nella qualità del nostro popolo.
 
Tale ispirazione è l'unica in grado di superare gli handicap che il modello italiano ancora esibisce rispetto alle altre economie occidentali. E’ dal 1996 infatti che l'Italia cresce meno degli altri Paesi più industrializzati del Vecchio continente. Gli stessi anni in cui, nel passaggio tra la Prima e Seconda Repubblica, il Paese produceva al suo massimo sforzo per rientrare nel gruppo di testa dell’Unione Europea che qualche anno dopo avrebbe dato vita all’euro. Uno sforzo rappresentato soprattutto della decisione di cedere asset importanti dello Stato ai privati per ridurre il debito pubblico. Lo Stato così ha accettato di abbandonare la sua funzione di imprenditore per assumere ruolo di regolatore a difesa della trasparenza e dell'efficienza del mercato.
 
Ciò cui abbiamo assistito in questi anni nel campo bancario, assicurativo, delle autostrade, dell'energia, del gas e delle telecomunicazioni è un trasferimento delle condizioni di monopolio il pubblico al privato. Pochi privati si sono garantiti i diritti di perpetuare l'utilizzo delle tariffe per scaricare i loro costi sui consumatori finali azzerando il rischio di impresa. Ma anziché migliorare la qualità dei servizi offerti, aprirsi alla concorrenza con i loro competitori stranieri, puntare sulla ricerca e l’innovazione per ridurre costi, hanno concentrato i loro sforzi principalmente nel tentativo di catturare i regolatori, le Autorità di garanzia, che avrebbero dovuto assicurare ben altri percorsi ai processi di privatizzazione. E tali sforzi non sono certo stati vani, visto che oggi paiano consolidate posizioni monopolistiche o oligopoliste. Le condizioni economiche del Paese impongono però di cambiare strada.
 
Il nostro obiettivo è quello di completare il processo avviato nella prima metà degli anni Novanta. Il nuovo partito si impegna perciò a lavorare per creare le condizioni di un miglioramento dell'efficienza dei servizi e di una contemporanea riduzione dei costi, favorendo ricerca e innovazione e modulando ogni intervento non sul tentativo di intralciare la concorrenza, ma sulla necessità di assicurare la garanzia di servizi universali ed il sostegno agli utenti più deboli.
 

La nostra azione tende a tradurre in realtà le possibilità di progresso umano in ogni campo, economico, sociale, culturale, civile. Sappiamo che il progresso non è inevitabile ma soltanto possibile e sappiamo anche che gli ostacoli, materiali e spirituali, che possono sbarragli la via sono, in ogni epoca, assai grandi. Del resto la democrazia liberale non è da noi vista solo come un insieme di procedure slegate da qualsivoglia riferimento etico. Soprattutto in tempi segnati da un enorme sviluppo tecnologico che ci porta ai confini della “creazione artificale”, il progresso non può essere interpretato soltanto come il cammino di un’illuminata espansione dei diritti individuabili ma anche come la necessaria difesa del bene comune e della coesione civile. Da questo punto di vista sentiamo come fortemente attuale l’insegnamento nell’equilibrio personale e collettivo tra diritti e doveri.
Sosteniamo con forza, come uno dei capisaldi di una società aperta, la libertà della ricerca. Nello stesso tempo riteniamo indispensabile la valutazione democratica delle applicazioni sociali delle sue conquiste. Ne consegue che combattiamo ogni posizione ideologica che vede nella tecnologia e nelle molteplici innovazioni che essa produce una realtà negativa e anti-umana. La società tecnologica non è un superamento dell’uomo, semmai rappresenta un ampliamento delle sue potenzialità. I media, Internet, la televisione, le sempre più creative acquisizioni della ricerca sono l’esempio lampante di come la tecnologia abbia contribuito e contribuisca alla dilatazione della libertà umana e al miglioramento delle nostre condizioni di vita. La ricerca e la tecnologia sono dunque veicoli di libertà. Il problema, sta piuttosto nel loro uso e nella loro finalizzazione sociale. Come sempre nella storia del mondo il rischio per l’uomo non viene dallo sviluppo: piuttosto può venire dall’uso che di esso l’uomo stesso decide di fare. In sé la modernità, infatti, non è nè buona né cattiva: cattivo o buono può essere solo il suo “governo”, l’applicazione sociale che l’uomo decide di fare delle sue stesse conquiste.
 
Di conseguenza il progresso, per noi, consiste nell’equilibrio che una società deve continuamente preservare tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra la soddisfazione dei bisogni individuali, anche tramite l’evoluzione scientifica, e la tenuta della coesione civile. La sinistra è statalista in economia e libertaria nell’etica. Un modello di società davvero inquietante. Non ci sentiamo, viceversa, liberali sia nell’economia che nell’etica. In nessuno dei due casi la nostra filosofia è quella del “lasciar fare”: ma appunto trovare, di volta in volta, il punto di equilibrio più conveniente tra le legittime aspirazioni e l’ordinato evolversi della società.
 
Nel campo dell’etica pubblica perseguiamo l’obiettivo di salvaguardare un costante equilibrio tra diritti individuali, diritti naturali, diritti della comunità e diritti della specie. Si tratta, per le democrazie, di una ricerca perenne: non si dà infatti, soprattutto nel nostro tempo, di fronte alla rapidità dell’innovazione tecnologica e delle domande che essa suscita sul futuro stesso dell’uomo, la possibilità di raggiungere un equilibrio definitivo. Ci sono da questo punto di vista due grandi principi insuperabili: la libertà della ricerca scientifica e la permanente disponibilità del suo potere nelle mani della sovranità democratica. A volte questi due principi possono entrare in contraddizione. Perciò il progresso non può che misurarsi nella capacità di trovare una giusta sintesi tra vita e tecnica, tra natura e sviluppo. Nessun potere, lo ripetiamo, può pretendere di restare incontrollato: né quello politico, né quello religioso, né quello militare, né quello giudiziario, né quello scientifico. E la misura del limite di ogni potere non può che essere l’uomo, con i suoi difetti, la sua libertà, la sua dignità.
 
Particolare diffusione hanno avuto negli ultimi anni teorie ecologiste che oppongono alla “centralità della persona” la “centralità della natura”. Per alcune frange politiche si tratta solo di una furba riproposizione del marxismo. Cambiare l'ordine dei fattori perché il prodotto non cambi: al concetto di sfruttamento dell'uomo sull'uomo sostituisce infatti quello di sfruttamento dell'uomo sulla natura, ma i nemici restano sempre gli stessi: il mercato, il capitalismo, gli USA.
 
Nell'ecologismo contemporaneo vivono però anche pensieri importanti della civilizzazione umana. L’ecologismo mostra cioè una doppia faccia: da una parte propone al mondo una significativa rivoluzione etica, dall'altra le sue correnti fondamentaliste espongono tutti noi a rischio della grande regressione. La rivoluzione etica riguarda il concetto di responsabilità. Nelle società moderne il calcolo delle conseguenze delle nostre azioni comincia ad assumere un valore decisivo rispetto alle epoche precedenti. Ancora fino a quando qualche decennio fa si pensava di doversi far carico al massimo dei destini della generazione successiva, dei propri figli dei propri nipoti. Poi ci avrebbero pensato i posteri. Nel lungo periodo saremo tutti morti, diceva Keynes. Le più recenti rivoluzioni scientifico-industriali hanno invece prodotto un'enorme svolta filosofica: Grazie alla rivoluzione tecnologica gli uomini del XXI secolo posso davvero cambiare i connotati della Terra. Questa novità muta drasticamente senso della nostra responsabilità nei confronti del mondo imponendoci di privilegiare le scelte reversibili su quelle irreversibili. Da questo punto di vista non possiamo non dirci ambientalisti.
 
La regressione culturale nasce invece del fondamentalismo ecologico e da quella che si può chiamare ideologia della paura. Siamo di fronte a un pensiero tragico: per imporsi esso deve fare in modo che la gente presti più ascolto alle profezie di sventura che a quelle di progresso: al punto di proporre “sospensione della libertà” in nome della presunta salvezza della Terra. Non si lotta più, cioè, per un'immagine positiva dell'umano, ma soltanto per salvarsi alla catastrofe. Così il fondamentalismo ecologico immagina una restrizione dei confini dell’avventura umana, un ritorno indietro della civiltà.
 
Un ambientalismo positivo dovrebbe rendersi protagonista di una radicale svolta: diventare un modello perseguibile di sviluppo capace di rispondere alla domanda se sia possibile in una società ecologica che produca un nuovo balzo in avanti della civiltà, una nuova rivoluzione industriale e non solo un mesto “ritorno indietro” dell'avventura umana. Il vero “progresso” consiste e sempre consisterà, infatti, nell'eterno lavoro dell'essere umano per superare positivamente le contraddizioni che il progresso stesso ha prodotto.

La fede nella centralità della persona ha unito e unisce, nel nostro schieramento, anche dal punto di vista etico, due mondi finora considerati contrapposti grazie alla lunga difficile soluzione della questione romana. Solo nel nostro Paese, del resto, i termini di laico e di cattolico sono stati usati come espressione di opposte identità politiche. Questa anomalia, che non è esistita in nessun altro Paese Occidentale, non ha più ragione di esistere.
 
La laicità dello Stato, è per noi il bene supremo di ogni autentica democrazia. Perciò rifiutiamo il laicismo ideologico: perché escludendo alcune ispirazioni etiche, in particolare quelle religiose, dal libero e pubblico confronto dei valori, nega più autentico presupposto della laicità. La laicità dello Stato infatti è tale sei in esso non opera alcuna integrale identificazione con qualsivoglia ideologia o religione. Ma la laicità dello Stato non può in alcun modo essere intesa come l’espressione di uno Stato “indifferente” o “neutrale” rispetto ai valori assoluti che fondano l'esistenza stessa della democrazia e della civiltà liberale. Né uno Stato davvero laico può pensare di emarginare della vita pubblica, regalandoli alla sfera privata, i valori della nostra religione nazionale, i quali debbono invece continuare a concorrere, al pari di qualsiasi altra visione del mondo, alla formazione dell'etica pubblica. 
 
Un nuovo sentiero comune tra credenti e non credenti fondato sulla condivisione del valore della centralità della persona, è reso possibile dal fatto che è ormai in via di superamento quell’egemonia ideologica che la sinistra dossettiana, quella azionista- russoviana e quella comunista-gramsciana hanno imposto al Paese per diversi decenni. Queste culture, pur partendo da opzioni diverse, si sono poi incontrate intorno all'ipotesi di una fantomatica terza via tra socialismo e capitalismo. Illusione che ha finito per produrre, nella nostra cultura pubblica, diversi gravi handicap: la confusione tra laicità e laicismo, il profondo deficit di riformismo, la cronica debolezza del capitalismo e della società civile, la radicata differenza verso la sovranità popolare e, infine, l'ostracismo culturale (persino antropologico) verso tutto ciò che non era e non è “sinistra”. Oggi questo schema è tramontato: la presenza di un centrodestra dalla forte identità culturale ha messo in crisi l'antica egemonia della sinistra che certo persiste nel potere degli apparati non ha più alcuna forza creativa. 
 
Il nuovo partito riconosce il ruolo storico e spirituale svolto dalla Chiesa cattolica e la validità per la Repubblica dei patti Lateranensi. Apprezza e valorizza il ruolo che l'ispirazione cristiana ha svolto nel temperamento italiano e nelle qualità costruttive delle nostre famiglie e del nostro popolo. Guarda come a un fatto positivo che la Chiesa partecipi in prima persona al confronto di valori che anima e arricchisce il discorso pubblico. Nello stesso tempo riconosce la rilevanza dell'umanesimo laico, una cultura che ha storicamente contribuito all'unità ed alla modernizzazione dell'Italia. Il nuovo partito si dichiara dunque pluriculturale, pienamente aconfessionale. Al suo interno viene garantita piena libertà di pensiero e di coscienza su tutte le questioni inerenti problemi religiosi e morali, comunque posti.
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